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Località: Torino, TO, Italy

Ho 35 anni e sono laureata in Lingua e Letteratura Cinese. Lavoro come buyer in un'azienda del settore automotive, ma non è sicuramente il sogno della mia vita. Se potessi non lavorare, vorrei potermi dedicare allo studio delle interrelazioni tra micro e macrocosmo, come facevano i "magi" rinascimentali. Dopo essermi laureata e assaporato per un anno il mondo del lavoro italiano, mi sono trasferita in Cina per un anno per studiare storia del'arte all'accademia di Hangzhou. Dal mio rientro in Italia, 6 anni fa, sto ancora cercando di reinserirmi nella società "civile" italiana, con scarsi risultati! Questo blog è il mio modo di condividere il mio animo e il mio modo di osservare la realtà con i miei lettori. Spero che anche per voi sia un percorso entusiasmante come lo è per me.

venerdì, luglio 07, 2006

Cina - Brasile, 0 - 4

E’ di poco più di una settimana fa la notizia della temporanea sospensione dal servizio del famoso cronista cinese Huang Jianxiang, reo di aver tifato troppo smaccatamente per la squadra italiana durante l’incontro Italia-Australia, disputatosi proprio nel giorno in cui il primo ministro australiano John Howard si trovava a Pechino per una visita ufficiale al governo cinese.

Questo curioso fatto di cronaca, a tratti grottesco, mi ha fatto tornare alla mente un divertente episodio successo 4 anni fa durante i mondiali di Corea e Giappone.

Correva il giorno 8 giugno 2002.
Dopo mesi passati ad Hangzhou, mi ero da qualche mese trasferita presso l’Accademia delle Arti di Dalian, città conosciuta sì per le sue industrie e per il suo mare, ma sicuramente più famosa per la sua squadra di calcio, pluripremiata nei campionati e nelle coppe asiatiche.

Era tempo di mondiali di calcio e per la squadra cinese si trattava della prima qualifica a livello mondiale. Cosa ancora più straordinaria era il fatto che più della metà dei giocatori della nazionale cinese provenissero dalle file di un’unica squadra: il Dalian.

Vi lascio immaginare l’euforia che si respirava nell’aria quella mattina.
Allievi, professori, addetti alla mensa, alle pulizie, alla cura del giardino, tutti aspettavano con ansia, fin dalle prime luci del mattino l’inizio della partita.
Addirittura le lezioni del pomeriggio erano state sospese e un maxi schermo allestito nella sala comune dell’Accademia.

Si giocava Cina – Brasile.
Agli occhi del mondo, il risultato era quasi scontato, ma nessuno in quella sala aveva il minimo dubbio che la nazionale cinese avrebbe vinto. La fiducia era palpabile.
Dal fischio d’inizio in poi, anche io mi sono sempre più lasciata trasportare dall’entusiasmo.
Stentavo a credere, però, che quelle persone dagli sguardi infuocati, che scandivano con le urla e il ritmo dei loro respiri le fasi ora statiche ora concitate dell’incontro, potessero essere le stesse che ogni lunedì mattina, radunate nel cortile della scuola, partecipassero con le solite espressioni di facciata alle sessioni di elogio, durante l’alza bandiera settimanale.

Alla fine, la sconfitta della Cina è stata netta (0-4), ma dal giorno della partita non ho più visto maschere intorno a me.